Il ricercatore, filsofo e intellettuale Antonio Cassano
Questa sera era in programma l’atteso match Estonia-Italia.
Talmente atteso che me n’ero dimenticato ed ho visto solo il secondo tempo trovando, a sopresa ma non troppo, gli azzurri sotto 0-1.
La partita ha fornito numerosi spunti di interesse:
Le scarpette rosse di Cassano e bianche, gialle, blu di svariati altri giocatori alla cui vista è vietato abituarsi, pena piegarsi alla logica degli sponsor, dimostrare scarso senso estetico e mancanza di rispetto verso il calcio epico d’altri tempi quando le scarpe erano tutte rigorosamente nere.
Due invasioni di campo distinte al prezzo (credo) di un unico biglietto.
Il pareggio oscurato dalla pubblicità. Non di una pubblicità qualsiasi, si badi bene. Ma di quella insulsa e inutile del film “I Mercenari” che ha mostrato il volto imbolsito e trasfigurato di Stallone, i muscoli di stracchino di Schwarzy e la pelata di Bruce Willis.
Portandoci a credere, giudicando dal trailer, che i tre siano protagonisti mentre Schwarzenegger e Willis si vedranno per 40 secondi in tutto il film.
Lo sbrilluccicoso virtuosismo lessicale di Dossena che ha impreziosito la telecronaca. Se Italo Calvino era lo “Scoiattolo della Penna”, il buon Beppe si conferma il “Sarchiappone della Parola”.
Il finale ci ha offerto il canonico assalto disperato dei pallonari in svantaggio (nella fattispecie gli Estoni) che però non riescono nei loro propositi, nonostante la decisione del misconosciuto Sirigu di abbandonare i pali negli istanti finali nel tentativo di acchiappare una Iphiclides podalirius che mancava alla sua collezione.
Un pomeriggio con amici. 13 anni. I compiti di scuola dimenticati sul letto. Una mamma ancora giovane ed energica che da un momento all’altro chiamerà perchè la merenda è pronta.
E poi l’emozione per “quel gioco che parla” o per l’ultimo sparatutto con la grafica più bella mai vista sul Commodore 64.
In questo quadretto la cosa più importante non è certo il mero oggetto materiale, un piccolo meraviglioso computer di tanti anni fa, ma il contesto nel quale l’oggetto è calato. Ovvero quella bella, sana spensieratezza dell’adolescenza, che nessuno potrà marchiare e rivendere.
In realtà mi rendo conto di come il Commodore 64 sia stato soprattutto uno splendido catalizzatore di fantasie e di sogni, in grado di plasmare la nostra espressività dandole una forma. Ma che sarebbe stato lo stesso se avessimo giocato con un ramo e uno spago.
Oggi ci sarebbero molti siti dedicati al ramo e allo spago, dove magari qualcuno potrebbe dire che i giochi moderni, il tamburello e il Pinocchio di legno non danno le stesse emozioni dei giocattoli di una volta. Diranno che loro il Pinocchio non lo compravano mica già fatto, ah no! Loro se lo dovevano costruire da soli.
Eppure oggi molte persone vorrebbero un nuovo Commodore 64 ancor prima dei loro 13 anni o del suono della voce della mamma: “Pane e marmellata!“. E’ questa la cosa forse più inquietante: nostra madre ci stava inconsapevolmente avvelenando convinta di fare del bene.
Comunque il senso di questo discorsetto sta nel fatto che non c’è niente di sbagliato, ogni tanto, nell’abbandonarsi al dolce ricordo del passato.
Ma non si faccia mai l’errore di provare a farlo rivivere.
Sinopsi: Lincoln Burrows (una specie di Adriano Pappalardo coi capelli corti) viene accusato ingiustamente di omicidio e condannato alla sedia elettrica. Michael Scofield, il di lui fratello, si fa arrestare con un espediente allo scopo di farlo evadere.
Nascosta nell’ombra, una potente organizzazione supersegreta e trasversale ha ordito il complotto.
Scofield si rivelerà un genio della fuga, o come scopriremo nel proseguio della serie, semplicemente un genio nel senso più ampio del termine, in grado di calcolare nei minimi dettagli elaboratissimi piani e costruire artefatti in grado di far impallidire persino McGyver.
Come forse si può vagamante evincere dalla trama appena esposta, Prison Break si basa molto sulla presenza di situazioni al limite della coerenza, mettendo costantemente a dura prova il senso di sospensione dell’incredulità dello spettatore.
Eppure – sopresa sorpresa ! – grazie a tutta una serie di qualità, l’opera nel suo insieme riesce ampiamente ad affrancarsi da questo difetto.
Il ritmo è serratissimo, la tensione sempre costante sia nella fase di fuga dal carcere sia nella fase della caccia all’uomo. Il pericolo di essere scoperti è sempre in agguato e ogni cosa immaginabile e possibile andrà sempre e costantemente storta, tanto che non si contano le volte in cui ci si soprenderà ad imprecare contro gli sceneggiatori a voce alta, chiedendosi immancabilmente “e adesso voglio vedere come la risolvono questa”.
Si segnalano tra gli attori particolarmente carismatici:
Alexander Mahone (l’agente dell’FBI tossicodipendente e giustiziere)
T-Bag (psicopatico violento traditore e stupratore che è impossibile non amare)
Brad Bellick, inflessibile aguzzino ancor prima di guardia carceria, che vive ancora con la mamma, e che sarà protagonista di un’evoluzione personale tutt’altro che banale
Michael Scofield, perno centrale della serie, nonostante l’interpretazione apparentemente sotto le righe di Wentworth Miller.
Per concludere, da segnalare l’assenza dalla serie dei seguenti elementi: Orsi Polari, Ruote da girare, Sussurri nella foresta e Divinità capricciose.
Giudizio finale: catalogato tra le cose da vedere.
Un bel giorno mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana
Forse non tutti sanno che… (e anche se lo sapessero non gliene potrebbe fregare di meno) ho l’immenso piacere di abitare nelle immediate vicinanze di una attività commerciale appartenente a due noti personaggi della televisione.
Resterò volutamente sul vago in quanto non è mia intenzione sputtanare questo o quello, viceversa l’episodio mi serve unicamente per andare ad illustrare una piccola morale che la vita mi ha insegnato.
Ma veniamo al punto. Nelle sparute occasioni in cui mi sono recato in codesta attività, mi è stato immancabilmente attaccato un bottone pazzesco dal padrone del locale, presumibilmente parente dei due personaggi in questione, volto a dimostrare l’assoluta genuinità del prodotto da lui proposto e al denigramento perentorio ed insistente dell’utilizzo di zucchero in altri prodotti della stessa categoria alimentare.
Chi mi conosce sa che sono un pessimo oratore, particolarità che mi deriva dall’essere un pessimo ascoltatore, quindi per dirla con un giro di parole non eccello nei rapporti interpersonali. Ne consegue che se tu, essere umano e fratello mio cui voglio tanto ma tanto bene cristiano, mi attacchi un bottone disumano, una volta liberatomi dalle tue spire cercherò di porre in essere una serie di piccoli e grandi accorgimenti per cercare di evitarti allo scopo di preservare il mio tempo, il mio benessere psicofisico e la mia voglia di libertà, non necessariamente in quest’ordine.
Oltretutto, non meno importante, se hai un’attività al pubblico, a maggior ragione se vendi generi alimentari e ancor di più se ti piace intrattenerti con la clientela per ore, dando modo al tuo interlocutore di osservarti nei minimi particoli fisici: vuoi lavarti quelle stracacchio di mani in modo da togliere almeno lo sporco nero sotto le unghie?
Una volta passato abbastanza tempo da farmi rimuovere dalla mente l’accaduto, tuttavia, ebbi modo di interessarmi per motivi altri allo zucchero, aprendo finalmente gli occhi nei riguardi di questa perniciosa sostanza dall’aspetto innocuo e rassicurante. Oggi devo dunque riconoscere che sì, lo zucchero è nocivo ed è un veleno per il corpo umano, in particolar modo quello raffinato. E nonostante ciò, non posso fare a meno di notare come lo zucchero si trovi dappertutto, dai prodotti salati alle sigarette, oltre ovviamente ai dolci più dolci esistenti sulla faccia della terra e anche in quelli meno dolci.
E vi dirò di più, sono fermamente convinto che lo zucchero sia una delle cause dell’abbruttimento dell’essere umano e che probabilmente questo nemico “invisibile” è responsabile della caduta di imperi militari e potenze di altri tempi su cui gli storici hanno versato litri di inchiostro.
Bene, allora la morale è che aveva ragione il negoziante e che lo zucchero fa male?
Non proprio: la morale è che per quanto siano giuste le tue idee, per quanto siano nobili i tuoi intenti, se rompi i coglioni alla gente e ti presenti come uno zozzo, resterai inascoltato.
Ma la domanda che resterà senza risposta è: a parte tutte queste menate sullo zucchero, perchè i due personaggi famosi manifestano una evidente tendenza all’obesità?
L’Ukulele è uno strumento di origine hawaiana che letteralmente significa “pulce saltellante”.
Qualche settimana fa ho deciso di regalarmene uno perchè ogni tanto mi piace cimentarmi in qualche nuovo strumento e questo mancava alla mia collezione. Sì, sono un polistrumentista, lo ammetto, e la mia caratteristica principale è quella di suonare un sacco di strumenti tutti male. Non mi faccio problemi però, perchè credo che l’importante sia divertirsi. Purtroppo se tutto ciò che riesci ad emettere sono suoni striduli e sgraziati chi ti circonda non si divertirà altrettanto, ma pazienza: non si può avere tutto dalla vita.
Il segreto risiede nella capacità di fermarsi al punto giusto: quando si stanno perdendo amici e fidanzate, smettere. Poi ricominciare piano piano, e via discorrendo.
Ma a parte queste considerazioni di carattere generale, scegliere qualcosa non è mai facile, specialmente se si ignora tutto ciò che serve sapere per orientarsi, così come io ignoravo (ma tutto sommato ignoro tutt’ora) l’Ukulele. In mio aiuto però è accorso un fattore primario, ovvero la volontà e la necessità di spendere il meno possibile.
Anni fa per esempio acquistai una Fender Stratocaster (nera) che ancora conservo e suono molto raramente se non altro perchè non ho voglia di estrarla dalla custodia, riesumare l’amplificatore, attaccare i cavi eccetera. Successivamente mi sono reso conto che per il mio utilizzo ed il mio livello tecnico sarebbe bastata anche una chitarrina da 200 mila lire, ma ormai la spesa grossa era stata fatta.
Ecco, tutto questo per dire che l’Ukulele che avrei acquistato sarebbe stato necessariamente un cosiddetto entry-level a buon mercato e che questo mi toglieva parecchie castagne dal fuoco, mettendomi in condizione di dover scegliere da una rosa molto più ristretta.
Informandomi qua e là in rete è venuto fuori che l’Ukulele che viene maggiormente consigliato è l’Arrow ST 740 e così ho ripiegato su quello. Dopo averlo ordinato su un sito internet pseudo-casuale, in due giorni mi è arrivato. Dopo qualche giorno di utilizzo eccomi a partorire il qui presente sproloquio.
UKULELE ARROW ST 740 (GW GREENWICH)
L’Ukulele in questione costa appena 39 Euro ed arriva con una graziosa borsa tracolla per la conservazione e il trasporto (non ho fatto la foto, per cui ve la dovete immaginare).
Sapevo di questo gadget e sinceramente mi aspettavo una cosuccia dozzinale, invece devo riconoscere che la borsina è ben fatta. Ed è anche bella pacchiana come piace a me, a tinte scozzesi.
Invece per quanto riguarda l’Ukulele vero e proprio, il primo approccio con lo strumento in realtà non ha costituito una sopresa, tutto era come mi aspettavo e come era stato descritto da vari resoconti che avevo trovato in rete.
Il suono è sicuramente molto dignitoso e per un uso normale, quello tipico di chi vuole imparare senza pretese, o anche solo per conoscere lo strumento nell’attesa di decidere se vale la pena acquistare un prodotto di fascia superiore, ci si può ritenere soddisfatti.
Ovviamente non tutto è roseo, altrimenti non si giustificherebbe il prezzo basso.
Il problema principale sono sicuramente le meccaniche, sulle quali è stato risparmiato per abbassare i costi di realizzazione. L’accordatura è destinata a tenere pochissimo, almeno nel primo periodo, mentre andando avanti col tempo, con l’assestamento dello strumento, le cose migliorano. La pochezza delle meccaniche però rimane, e si soffre soprattutto quando si procede all’accordatura. Purtroppo manca la precisione e così anche stringendo impercettibilmente la vite, il suono schizzerà verso l’acuto in maniera irreparabile. Ci vorranno quindi diversi tentativi prima di imbroccare la tonalità giusta.
In definitiva l’acquisto è sicuramente azzeccato e in futuro credo che proverò a sostituire le meccaniche con qualcosa di più affidabile, che al momento attuale devo ancora individuare. Ho inoltre sentito parlare molto (ma molto molto) bene delle corde Aquila e quando sarà il momento farò un bel regalo corde+meccaniche al mio ukulele e credo che me ne sarà molto grato.
Ultima nota: anche se ho comprato un Arrow ST 740, mi è arrivato un GW Greenwich. Poco male, pare che sia solo rimarchiato e non cambi nulla all’atto pratico. Cionondimeno credo che il sito del venditore avrebbe potuto essere più chiaro, quindi la considero una piccola macchia. Abbiate pazienza però, ora non mi ricordo il nome del sito nè ho voglia di cercarlo.
Ukulele Perchè?
Per concludere, una riflessione sull’Ukulele. Perchè acquistarlo?
In realtà i motivi sono soggettivi ed ho già risposto all’inizio. In realtà c’è qualcosa di più: credo che sia uno strumento molto particolare non soltanto dal punto di vista musicale. Chi lo imbraccia infatti diviene automaticamente buffo, grande e grosso con questa piccola chitarrina in mano, e lascia intendere di non essere un tipo che si prende particolarmente sul serio. Anzi.
Giusto per capire di cosa stiamo parlando, concludiamo con il video di tre signori qualunque che si esibiscono in Ain’t She Sweet